Mio figlio non vuole che vada a vederlo giocare: come comportarsi?
«Mamma, Papà, domenica preferisco che non veniate.»
Per un genitore può essere una frase difficile da ascoltare. Accompagnamenti, orari da incastrare, fine settimana dedicati allo sport: esserci è anche un modo per condividere qualcosa di importante. Sentirsi chiedere di restare a casa può sembrare un rifiuto, se non addirittura un fallimento.

Prima di interpretarlo, però, vale la pena capire che cosa il ragazzo stia chiedendo. Una maggiore distanza? Meno commenti? Uno spazio con i compagni? O qualcosa che fatica ancora a spiegare?
Che cosa fare se un figlio non vuole il genitore alla partita?
Il primo passo è ascoltare la richiesta e comprenderne il significato, senza rispondere immediatamente imponendo la propria presenza o promettendo di non andare più.
In un momento tranquillo si può chiedere che cosa lo metta a disagio e concordare una modalità di sostegno, tenendo conto dell’età, dell’organizzazione e della sicurezza. La stessa frase può esprimere esigenze diverse. Per questo serve una conversazione prima di una soluzione.
Una presenza da costruire insieme
Nel contributo The Parents’ Optimum Zone, Celia Brackenridge (2006) propone un modello per riflettere sul coinvolgimento dei genitori nello sport giovanile. Il lavoro nasce da una revisione di letteratura, risorse e programmi educativi. È una proposta teorica, non un esperimento che dimostra quale comportamento funzioni in ogni famiglia.
Il modello considera quattro aspetti: ciò che i genitori dicono, conoscono, provano e fanno. Evidenzia inoltre la necessità di ascoltare i ragazzi: per alcuni, lo sport rappresenta anche uno spazio personale, nel quale vivere relazioni e sperimentare autonomia.
Da questa prospettiva, contare le presenze in tribuna dice poco sulla qualità del sostegno. Occorre capire come quella partecipazione venga vissuta e quali esigenze cambiando richiedano un adattamento.
Capire che cosa significa «non venire»
Possiamo esplorare diverse possibilità, senza trasformarle in spiegazioni già certe.
Il ragazzo potrebbe sentirsi osservato quando sbaglia, essere infastidito dalle indicazioni dalla tribuna oppure voler stare con la squadra. Potrebbe anche temere i commenti successivi alla gara più della presenza durante il gioco.
Una domanda iniziale può essere:
«Mi aiuti a capire che cosa cambia per te quando sono presente?»
Se fatica a rispondere, si può rendere la domanda più concreta: «C’è qualcosa che faccio o dico che ti mette a disagio?».
È importante lasciare spazio anche a una risposta scomoda. Se racconta che guarda continuamente verso la tribuna, replicare subito «Ma io non faccio niente!» rischia di chiudere il confronto prima di aver compreso la sua esperienza. Ascoltarlo non significa essere d’accordo su tutto. Significa raccogliere informazioni utili prima di decidere.
Concordare una prova concreta
Le indicazioni che seguono sono proposte applicative ispirate al modello, non un protocollo verificato o una regola valida per tutti. Un accordo può riguardare aspetti diversi: assistere senza dare suggerimenti tecnici, scegliere insieme dove sedersi oppure, quando età e organizzazione lo consentono, non assistere a una gara e ritrovarsi alla fine.
Meglio definire qualcosa di osservabile: «Alla prossima partita sarò in tribuna, senza darti indicazioni. Dopo ci prendiamo un momento e mi dici come ti sei trovato.»
L’accordo va discusso, non annunciato come un favore da ripagare. Frasi come «Va bene, ma allora devi giocare bene» trasformerebbero lo spazio concesso in una nuova richiesta di prestazione.
Dopo la prova, la domanda utile è: «Come hai vissuto questa modalità?». Il risultato della partita, da solo, non dice se l’accordo abbia funzionato.
Un piccolo esercizio prima di parlarne
Su un foglio, completa due frasi:
Quando mi chiede di non venire, io penso che…
Quello che mi ha effettivamente detto è…
Potresti accorgerti che «Non apprezza quello che faccio» è una tua interpretazione, mentre la richiesta concreta era «Non voglio che mi dai indicazioni mentre gioco».
Questa distinzione può aiutarti ad affrontare una conversazione più precisa. Puoi esprimere anche il tuo dispiacere, senza chiedere a tuo figlio di rinunciare alla propria esigenza per rassicurarti.
Domande frequenti
Devo accettare sempre di restare a casa?
Non esiste una risposta unica. Vanno considerate età, sicurezza, accompagnamento e organizzazione. Anche quando la tua presenza è necessaria, potete discutere come renderla più rispettosa delle sue esigenze.
È utile parlarne con l’allenatore?
Può esserlo per comprendere il contesto e organizzare una soluzione. Quando possibile, chiarisci prima con tuo figlio che cosa vorresti condividere, evitando che il confronto con il tecnico sostituisca quello con lui.
E se non vuole spiegarmi il motivo?
Puoi lasciare aperta la possibilità di parlarne senza insistere subito. Se la richiesta si accompagna a paura, forte disagio o racconti di episodi preoccupanti, occorre approfondire ciò che sta vivendo, anche con un professionista.
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Sono Sergio Costa, psicologo dello sport e dottore di ricerca in Neuroscienze, Imaging e Scienze Cliniche. Da oltre quindici anni lavoro con atleti, genitori, allenatori e società sportive. Ricevo a Roma e lavoro anche online.
Riferimento
Brackenridge, C. H. (2006). The Parents’ Optimum Zone: Measuring and optimising parental engagement in youth sport. Contributo presentato al Commonwealth International Sports Conference, Melbourne, Australia. Documento nell’archivio della Brunel University.




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