Quando la passione diventa ossessione
- costasergio1

- 13 gen
- Tempo di lettura: 4 min
Negli spalti delle partite giovanili non si gioca solo la gara dei ragazzi. Si gioca anche quella dei genitori — fatta di emozioni, orgoglio, stress, senso di appartenenza e, talvolta, di rabbia.
Chi lavora nello sport giovanile lo sa: il comportamento dei genitori è una delle variabili più influenti (e più difficili da gestire) sul benessere dei ragazzi. Uno studio recente pubblicato su Psychology of Sport & Exercise (Brodeur, Schellenberg & Tamminen, 2024) ha provato a capire perché alcuni genitori, pur mossi da amore e passione, finiscono per superare il limite, trasformando la loro energia positiva in aggressività verbale verso arbitri e allenatori.
🎯 Quando la passione non basta più
Gli autori si basano sul modello dualistico della passione di Robert Vallerand, secondo cui la passione può essere di due tipi:

Armoniosa, quando nasce da una scelta libera, si integra con le altre aree di vita e genera piacere, concentrazione e benessere;
Ossessiva, quando invece diventa un bisogno incontrollabile di riconoscimento, successo o approvazione, spesso accompagnato da ansia e tensione.
Nel contesto sportivo, questa differenza è cruciale. Molti genitori vivono, inconsapevolmente, il percorso sportivo del figlio come un’estensione della propria identità: “Se lui vince, anch’io valgo.” E quando quella passione diventa l’unica fonte di senso, basta un errore arbitrale per attivare reazioni sproporzionate.
Il punto centrale dello studio è semplice ma profondo:
L’aggressività dei genitori non nasce da una passione eccessiva, ma da una passione sbilanciata.
Il gruppo di ricerca canadese ha coinvolto quasi mille genitori di giovani giocatori di hockey, misurando la soddisfazione dei loro bisogni psicologici di base (autonomia, competenza, relazionalità) sia nella vita quotidiana sia nel ruolo di genitore sportivo.
I risultati parlano chiaro:
chi vive carenze di autonomia, competenza o relazioni nella vita personale, ma trova questi bisogni soddisfatti solo nel contesto sportivo del figlio, sviluppa più facilmente una passione ossessiva;
e chi mostra una passione ossessiva tende a esprimere più rabbia e aggressività verbale nei confronti degli arbitri.
In pratica, se lo sport del figlio diventa l’unico luogo dove il genitore si sente capace, utile o riconosciuto, ogni decisione percepita come “ingiusta” viene vissuta come un attacco personale.
🗣️ Quando la frustrazione prende voce
I ricercatori descrivono un meccanismo psicologico di “trasferimento motivazionale”: le insoddisfazioni della vita quotidiana (sul lavoro, nelle relazioni, nel senso di efficacia personale) vengono trasferite sul contesto sportivo, dove il genitore percepisce di avere più controllo.
Così il campo diventa il luogo dove sfogare, inconsciamente, ciò che non si riesce a esprimere altrove. Non è cattiveria — è una forma di compensazione emotiva. Ma quando quella compensazione si nutre solo di confronto e risultato, il confine tra passione e pressione svanisce. Questi risultati trovano conferma anche nello studio di Webb e Knight (2025), dove non si tratta solo di educazione, ma di sicurezza emotiva.
💡 Una chiave di lettura per psicologi e società
Per gli psicologi dello sport e i tecnici, questo studio offre due spunti pratici fondamentali:
La prevenzione non è repressione. Non serve solo “vietare di urlare” o introdurre sanzioni disciplinari. Serve lavorare prima, aiutando i genitori a riconoscere i segnali di squilibrio motivazionale: ipercoinvolgimento, tensione pre-partita, ansia post-sconfitta, bisogno di essere sempre presenti o di commentare ogni scelta arbitrale.
Riequilibrare la passione. Aiutare i genitori a recuperare spazi personali di autonomia, tempo per sé, interessi al di fuori dello sport del figlio. La passione armoniosa si alimenta di libertà, non di controllo.
Come scrivono gli autori, “l’aggressività verso gli arbitri non nasce dalla passione, ma dall’assenza di equilibrio in chi la vive.”
Allenatori, dirigenti e federazioni possono svolgere un ruolo decisivo nel creare un contesto educativo anche per i genitori. Incontri di formazione, momenti di confronto e attività condivise non dovrebbero essere visti come obblighi burocratici, ma come strumenti di prevenzione relazionale.
E' in questo contesto che diventa fondamentale il progetto di Genitori nello Sport, dove la figura dello psicologo dello sport può diventare un ponte educativo, aiutando a:
costruire un linguaggio comune tra tecnici e famiglie,
educare alla gestione delle emozioni e alla consapevolezza del ruolo genitoriale,
promuovere una cultura di passione equilibrata e partecipazione sana.
Se sei un genitore o un allenatore, e vuoi approfondire questi temi, contattaci, potremo lavorare insieme sul tuo benessere e quello del giovane atleta che accompagni.
Vuoi ritrovare equilibrio, ascolto e fiducia?
Bibliografia
Brodeur, J. F., Schellenberg, B. J. I., & Tamminen, K. A. (2024). When hockey parents are motivationally imbalanced: Passion, need satisfaction, and verbal aggression toward officials. Psychology of Sport & Exercise, 69, 102506.
Vallerand, R. J. (2015). The Psychology of Passion: A Dualistic Model. Oxford University Press.
Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2017). Self-Determination Theory: Basic Psychological Needs in Motivation, Development, and Wellness. Guilford Press.
Lalande, D. R., Vallerand, R. J., Verner-Filion, J., Laurent, F.-A., Forest, J., & Paquet, Y. (2017). Passion and the self: On the role of identity processes in harmonious and obsessive passion. Self and Identity, 16(4), 393–413.
Knight, C. J., & Holt, N. L. (2014). Parenting in youth sport: From research to practice. Routledge.




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